Continua con questa recensione il percorso tra le penne vintage, alla ricerca di “sapori” certamente non perduti ma dimenticati, almeno un po’, e a lungo ingiustamente trascurati. Ma anche in questo caso la stilografica conferma la sua natura di fedele compagna: per nulla permalosa, accetta di buon grado di essere riammessa tra i nostri oggetti più cari e privati, per mostrare, ancora una volta, la sua capacità di dedizione, la sua impagabile dote di interprete dei nostri pensieri “policromi”.

Un po’ di storia
La stilografica Parker 51 fece la sua prima apparizione sul mercato nel 1941 (il difficile anno di Pearl Harbour e di entrata in guerra degli USA) al prezzo di $ 12,50, equivalenti (ai tassi di inflazione ufficiali) a circa 201 $ attuali.

Parker 51 stilografica immagini storicheLa casa americana pubblicizzava la sua “51” come “la penna più richiesta al mondo” uno slogan che alludeva alle difficoltà di procurarsene una a causa delle note restrizioni sul mercato “civile” USA nel periodo della seconda guerra mondiale. L’insistenza su questo slogan si trasformò in un enorme successo commerciale: durante il periodo bellico si creò una domanda che sarebbe stata soddisfatta solo diversi anni dopo la fine della guerra.

Un equivoco molto diffuso all’epoca fu quello di credere che il famoso inchiostro Quink fosse riservato soprattutto al modello 51: la verità è che, pur essendo l’inchiostro Quink ideale per l’uso con la “51”, anche le altre penne Parker della stessa generazione erano in grado di utilizzarlo. Oltretutto l’inchiostro Quink fu introdotto sul mercato nel 1931, ben 10 anni prima dell’arrivo della “51”! Due inchiostri venivano indicati come particolarmente adatti alla “51”: il Double Quink, ad asciugatura rapida, e il Superchrome extra rapido.

La penna e l’inchiostro furono denominati “51” a connotare il 1939 come 51mo anno di attività dell’azienda. Oltretutto l’attribuzione di una designazione numerica a questo nuovo modello inaugurò una nuova prassi: dare ai nuovi modelli un “battesimo” numerico evitava problemi di traduzione dei nomi nelle lingue più disparate.

Con la 51 la Parker colse l’occasione per introdurre una serie di importanti innovazioni, stilistiche e sostanziali: in particolare il pennino tubolare “coperto” e l’alimentatore a lamelle multiple, insieme all’uso dell’inchiostro dedicato, consentivano al pennino di rimanere umido e lasciare così una traccia uniforme anche con gli inchiostri super rapidi oltre che con quelli più tradizionali.

La composizione dell’inchiostro dedicato si era rivelata aggressiva verso la celluloide: ciò costrinse la Parker ad apportare una innovazione nello stesso materiale strutturale del fusto: per le sue caratteristiche chimico-fisiche fu scelta la lucite, una resina acrilica (PoliMetilMetAcrilato = PMMA) allora estremamente innovativa, che deve il suo nome alla elevata trasparenza alla luce, analoga a quella del vetro.

Nel corso della sua evoluzione la Parker passò dal sistema di caricamento “Vacumatic” al sistema cosiddetto “Aerometrico” (col converter metallico contenente un sacchetto di gomma).
La 51 rappresentava, insomma, un concentrato di innovazioni tutte intese a garantire un funzionamento ineccepibile e duraturo, almeno fino alla cessazione della sua produzione, circa nel 1972.
                                                    Parker 51 grande storia corazzatta Missouri
Pare che fosse proprio una Parker 51 (o la Duofold della moglie, secondo una versione poco accreditata...) ad essere usata dal generale McArthur (comandante delle forze alleate nel Pacifico) per la firma della resa del Giappone sulla corazzata Missouri, il 2 settembre 1945, nella baia di Tokyo. La sua controparte, il ministro degli esteri giapponese Momuru Shigemitsu, probabilmente utilizzava una Sailor (o una Montblanc?...).
E dopo tanti anni? Ecco quello che mi accingo a fare: verificare il comportamente di una penna di così vetusta progettazione.

Forma ed estetica
La 51 potrebbe essere associata alla nutrita moltitudine delle penne a forma di sigaro, col suo fusto cilindrico rastremato all’estremità opposta al pennino. Si allontana, però, da questo schema (tipo Montblanc o Sailor 1911, per intenderci) per la presenza del cappuccio metallico (dorato) a pressione, una vera e propria “summa” dei caratteri più tipici di una penna Parker dell’epoca: la clip terminata con la classica, riconoscibilissima freccia Parker, un inserto madreperlaceo in cima, la superficie dorata e una serie di sottili righe che lo riscattano dal rischio di una assoluta banalità
Il complesso appare esteticamente ben equilibrato e, tutto sommato, continua, ancora oggi, a fornire alla penna un’aria di sobria distinzione, nonostante l’oro continui a provocarmi una sorta di rigetto.
Sfilare il cappuccio dal fusto richiede un po’ di forza, fortunatamente, a prevenire infauste esposizioni del pennino, con conseguenti danni e spandimenti di inchiostro.
Parker 51 specifiche tecnicheSenza il cappuccio la penna rivela la decisa rastrematura verso il pennino, o almeno quel poco che del pennino risulta visibile, cioè soltanto la punta.
Il fusto e la sezione sono separati da un anello di metallo “bianco” che, col suo diametro leggermente superiore a quello del fusto, provvede a garantire la ritenuta, per attrito, del cappuccio in fase di chiusura.
Svitato il fusto si può vedere il generoso converter di acciaio, la cui superficie lucida, oltre alla sigla della penna PARKER “51” (incisa profondamente) reca anche le istruzioni, sintetiche ma accurate e dettagliate, per l’uso del converter: to fill press the ribbed bar firmly 6 times. [per riempire premere con decisione 6 volte la barretta a coste].

Immediatamente più sotto trova posto la raccomandazione sull’inchiostro da usare: use dry-writing superchrome ink. the parker pen co. [usate inchiostro Superchrome pe una scrittura asciutta]. E al fondo: made in usa. Il tutto inciso in maniera tanto efficace da lasciare perfettamente inalterata la sua leggibilità dopo decenni.

Davvero lodevole la rassicurante sensazione di affidabile robustezza che riesce a comunicare questo converter davvero poco comune, premessa/promessa per un uso inappuntabile negli anni. La parte superiore della sezione, a pochi millimitri dall’anello metallico, reca un’incisione estremamente leggera, ormai di difficile leggibilità, ad indicare la larghezza del pennino, una “M” (sembra ...) in questo caso.

Davvero non c’è molto altro da riferire sugli aspetti “morfologici” di questa penna, capace di trasmettere un’idea di “pulita” essenzialità, avendo rinunciato a quasi tutto quello che potesse essere considerato non strettamente essenziale: una bella sensazione davvero!

Comodità d’uso
Il cappuccio metallico si assume la gran parte dell’onere ponderale complessivo: con i suoi 13 grammi appena la penna senza cappuccio, di lunghezza adeguata alla maggior parte delle mani, può essere impugnata ed utlizzata in tutta comodità anche per lunghe sedute di scrittura. Chi proprio dovesse sentire la necessita di allungare la penna col cappuccio calzato non verrà troppo penalizzato da un arretramento del baricentro che, tuttavia, continuerà ancora a cadere comodamente nell’arco formato da pollice e indice.

Per ragioni strutturali e, insieme, stilistiche non può essere individuata una zona della sezione (rastremata in maniera decisa fino a ridursi quasi alle dimensioni della punta del pennino coperto) Parker 51 sezione corpoespressamente e specificamente destinata a ospitare le dita che sostengono la penna e guidano il pennino. Tuttavia la presa non è davvero un problema: l’impugnatura risulta immediata, semplice, intuitiva e, soprattutto, comoda.

Il modello 51 segna anche il passaggio dal sistema Vacumatic al cosiddetto sistema di caricamento “aerometrico”: complessivamente abbastanza semplice ma che, per come è fatto, ne rende impossibile il distacco dal gruppo di scrittura. Un sacchetto (simile a quello di un semplice e antiquato sistema “a contagocce”) con barra di pressione è contenuto e protetto entro una struttura metallica; la qualità e il prezzo della penna si rivelano sulla consistenza di questa struttura metallica: nella 51 è di eccezionale qualità, a garantirne la durata!
Nel sacchetto è alloggiato un tubicino di ridotto diametro che va dall’alimentatore fino quasi alla sommità del sacchetto stesso.
Il sistema aerometrico si basa sulla diversa velocità di efflusso di fluidi diversi: inchiostro e aria, nel nostro caso, di densità enormemente diversa.
Quando, con la penna in verticale e il pennino ben immerso nell’inchiostro si preme sulla barretta di pressione, si provoca la fuoriuscita dell’aria attraverso il tubicino producendo, così, una depressione nel sacchetto; quando si rilascia la barretta la depressione determina l’aspirazione dell’inchiostro. Difficilmente si riesce a riempire il contenitore al primo colpo: occorre ripetere l’operazione un certo numero di volte per continuare ad espellere l’aria residua e aspirare inchiostro.
Generalmente ogni costruttore indica precisamente il numero di volte che è consigliabile ripetere l’operazione per assicurarsi un riempimento ottimale. In questo caso la Parker precisa, con le istruzioni incise sul robusto corpo del filler, che l’operazione va ripetuta per ben 6 volte. Con pazienza e metodo si ottiene un riempimento di tutto rispetto: ben 1,5 ml di inchiostro garantiscono una buona autonomia operativa.
Il sistema aerometrico adottato dalla Parker sulle sue penne ha fama di essere di ottima qualità: invece della gomma per il sacchetto veniva usato il nylon o qualche tipo di plastica molto avanzata per l’epoca, a garantire una durata che ha dimostrato di superare il mezzo secolo in ottime condizioni.
Un inconvniente del sistema aerometrico riguarda la sua pulizia: dal momento che il serbatoio non è asportabile, la pulizia, soprattutto da vecchi residui o incrostazioni, può risultare difficile e dai risultati incerti.
Una soluzione decisiva, non pericolosa ed estremamente efficace è il ricorso ad un piccolo bagno ad ultrasuoni: bastano dieci minuti ed è tutto risolto.
Il gruppo pennino Parker 51 gruppo pennino
Una peculiarità di questa penna è certamente il pennino coperto, ma sarebbe più appropriato chiamarlo “copertissimo”, quasi nascosto!
Sarà opportuno ricordare, tuttavia, che la scelta della Parker non ha motivazioni esclusivamente estetiche o stilistiche, anzi: deriva piuttosto da ragioni robustamente funzionali. Occorre tener presente, infatti, che una scrittura con inchiostro a rapida essiccazione costituisce una prestazione spesso molto apprezzata: i mancini (non arabi) lo sanno bene...
La 51 era inizialmente indicata proprio come adatta all’uso con un inchiostro ad asciugatura rapida, consigliato se non prescritto dalla stessa Parker! Per raggiungere lo scopo evitando ogni inconveniente (grumi, intasamenti, ecc.) compattare l’intero gruppo di scrittura, con una collocazione del serbatoio interno davvero molto vicino al pennino ed una riduzione drastica delle superfici “esposte” all’aria. Le alettature di un comune alimentatore (si pensi a quello di un grande pennino ad ala...) offrono, infatti, una superficie relativamente ampia, che contribuisce a favorire una rapida evaporazione dell’inchiostro. L’insieme di queste esigenze ha reso, perciò, inevitabile optare per una tipologia costruttiva estremamente compatta, con una riduzione al minimo della superficie “esposta” e, di conseguenza, dell’evaporazione dell’inchiostro: è la funzione che determina la forma, come si diceva al Bauhaus....
La particolare configurazione del pennino ha, tuttavia, una peculiare, inevitabile contropartita: un problema che oggi viene indicato come individuazione dello sweet spot.
Quando ho cominciato a usare questa penna, quasi mezzo secolo fa, della questione neanche si parlava e, comunque, non veniva posta esattamente in questi termini e con questa designazione, che sarebbe diventata comune (e oggetto di discussione) solo negli ultimi anni, con la diffusione di penne famosissime a pennino coperto, come la Lamy 2000.

Ora lo sappiamo bene: la questione si riduce a individuare, prima di mettere pennino su carta, la posizione angolare (intorno all’asse del fusto) che consenta, a dirla in breve, la scrittura più regolare: quello è il “punto preferito”, o, a dirla “yankee”, lo sweet spot.
Un pennino ad ala, magari pure grande (un bel #6) offre una guida visiva facile ed immediata al corretto posizionamento rispetto alla superficie di scrittura; con questa penna (e questo pennino) un po’ si va a caso, un po’ ci si orienta sulla conformazione della sezione e un po’ ...per abitudine.
Parker 51 pennino lungoIl risultato è che, come per tutte le penne a pennino coperto, spesso si confonde la mancata individuazione, a primo colpo, dello “sweet spot” con un problema di falsa partenza, o di salti, se l’uscita dallo sweet spot avviene nel corso della scrittura; e, d’altronde, non si può certo rimanere in una posizione rigidamente definita... Le considerazioni di principio appena enunciate sono state tutte regolarmente confermate dalla prova di scrittura, per la quale ho utilizzato un inchiostro dalla fama consolidata, nella aristocratica intonazione blu offerta dal Diamine Majestic Blue, che mi è sembrato il giusto complemento a questa intramontabile “vecchia signora”. Per la carta di supporto mi sono tenuto fedele al solito, affidabile puntinato Fabriano Ecoqua.

Il lungo periodo di oblio (ebbene sì, lo confesso, non riesco a usare con regolarità tutte le mie penne...) aveva lasciato depositi e ostruzioni che impedivano un flusso continuo e regolare (ahi, ahi, ahi...). Un bagno “riparatore” nel mio fidato apparecchietto ad ultrasuoni (al quale accennavo prima) ha riportato il gruppo pennino+converter alla freschezza dei verdi anni. Tutto si è svolto poi nella maniera più lusinghiera, a partire dalla fase di riempimento del serbatoio: seguendo rigidamente e fedelmente le “prescrizioni” riportate sulla struttura di acciaio del serbatoio sono riuscito a riempirlo con circa 1,5 ml, niente male davvero!
La prova “su carta” si è svolta alla maniera ormai solita: dopo essermi assicurato di aver individuato con sicurezza lo sweet spot, ghirigori più o meno complessi e veloci sono stati eseguiti in maniera impeccabile, senza false partenze, senza salti, con un tratto (M) regolare, continuo e facile; come per ogni vera stilografica di classe, la pressione richiesta è davvero molto modesta: basta il lieve peso proprio per lasciare una traccia consistente e priva di incertezze.

Il feedback si mantiene quasi inudibile nella scrittura ordinaria per arrivare ad un fruscìo chiaramente percepibile (ma non fastidioso) solo quando si tracciano lunghe linee veloci: ben difficilmente ho riscontrato un comportamento così gradevolmente regolare su penne anche di costo piuttosto elevato e di ben altra caratura tecnologica. Devo ammettere di essere rimasto completamente preso da questa prestazione, al punto da chiedermi quale strano e incomprensibile capriccio (vittima anche io della febbre della curiosità e della novità?) possa avermi indotto a rinunciare al privilegio della compagnia e del supporto di un così fedele strumento!

Ovviamente, come era da prevedersi, dopo tanto tempo che avevo “perso la mano” mi è toccato affrontare qualche discontinuità legata, esclusivamente, alla perdita occasionale dello sweet spot: metti giù la penna e non viene fuori alcun tratto, e già ti abbandoni a ipotesi su un fine tuning di pennino e alimentatore. Poi ci pensi un attimo, guardi meglio la posizione del pennino (di quello che si riesce a intravedere...), fai qualche prova e magicamente tutto torna a posto.
Per come è sistemato questo pennino non è neanche il caso di parlare di elasticità o flessibilità: questo è il tratto, rigorosamente, implacabilmente costante e la cosa finisce qua! Devo ammettere che, pur preferendo i tratti piuttosto sottili (un <F> nipponico), questo M mi piace molto: nonostante un flusso tendenzialmente generoso, si mantiene misurato, sempre privo di sbavature. Il tema, ovviamente, è di quelli che attengono al dominio esclusivo del gusto e non vale la pena di aggiungere altro...
Contro ogni pessimistica previsione, la scrittura a pennino invertito (reverse writing) si è rivelata una vera, piacevole sorpresa: il tratto è decisamente più sottile ma perfettamente inchiostrato, a prescindere dalla lunghezza della traccia. Il feedback pur percepibile, si mantiene contenutissimo, poco più sensibile che nella scrittura “normale”.
Ciò significa che questa modalità (generalmente critica o difficile) si può utilizzare con assoluta tranquillità ogni volta che se ne presenti il desiderio o la necessità: sarà come avere una seconda penna <EEF>!
Se ci si abitua alla tranquilla regolarità di questa penna sarà davvero difficile farne a meno nelle nostre giornate di lavoro o per stilare il nostro diario (o quello che ci pare), aiutati da una capacità del serbatoio (correttamente riempito) decisamente inusuale se confrontata con quella di certi striminziti converter “contemporanei”.

È con gran piacere che ho colto l’occasione di ritrovare una vecchia amica, fedele e discreta come questa Parker 51, che aspetta solo di riprendere un posto nel portapenne corrente, quello nel quale mettiamo le nostre penne preferite, per lasciarci riportare dolcemente indietro...
Ovviamente non posso che parlare per me, che sono nato nel regno d’Italia (GULP!), ma sono sicuro che anche i più giovani non potranno restare indifferenti.
E pensare che è una penna di 80 anni fa! Ma che fa?... Godiamocela!

Buona scrittura. Buon divertimento.

[gennaio 2019]
                                             Parker 51 vs Lamy vs Pelikan
Il confronto tra la Parker 51 (in basso), la piccola Pelikan M205 (al centro) e la Lamy Safari (in alto) conferma la “51” come una penna di dimensioni “medie”, sia con cappuccio sia senza.

PROVA DI SCRITTURA
PARKER 51 <M>
Inchiostro: DIAMINE Majestic Blue Carta: Puntinato FABRIANO Ecoqua

NB: il righello che compare nella scansione del foglio ha lo scopo di consentire una valutazine dimensionalmente corretta dei risultati (spessori), falsati da una riproduzione che non sia in scala 1:1.

Parker 51 prova di scrittura




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